Viaggio in Val D’Agri

valdagri4Il nostro percorso di lotta alle trivellazioni petrolifere è iniziato con un viaggio nelle terre della Basilicata, alla scoperta dell’impatto ambiantale ed economico della petrolizzazione…

Un report di Marcello Di Fronzo Gravallese:

Con il viaggio fatto domenica 27 ottobre 2013 in Val d’Agri siamo stati catapultati nel nostro immediato futuro di irpini. Un futuro fatto di maggiore disoccupazione, aumento delle malattie sia cardiorespiratorie che tumorali, inquinamento, aumento dell’emigrazione e povertà. Lo scopo del viaggio era di renderci conto, guradando da vicino, degli effetti di decenni di sfruttamento del sottosuolo. La prima cosa che abbiamo notato, arrivando nella valle, era l’imponente struttura di una delle trivelle esplorative, che si ergeva alle spalle di Viggiano (uno dei paesi della Val d’Agri).

Ci hanno accompagnato durante la giornata: il Prof. Alliegro dell’Università Federico II di Napoli, il Dr. Mazzilli presidente WWF Basilicata, il Dr. Frezza associazione Pro Vita Sana Spinoso, la Dott.ssa D’Ottavio referente energia WWF Basilicata, il Dr. Masi presidente No TRIV Italia, il Dr. Bove dottore di ricerca in produttività delle piante coltivate e responsabile dell’associazione La Locomotiva, la Prof.ssa Colella ordinario di geologia presso l’Università della Basilicata e il Dr. Bavusi responsabile scientifico OLA (organizzazione lucana ambientalista). Sono tutti attivisti che da anni lottano contro il sistema petrolifero che sta sfruttando le risorse della Basilicata distruggendola pian piano. Essi ci hanno subito spiegato, a grandi linee, la condizione della Valle. La battaglia contro il sistema petrolifero in Lucania dura ormai da venti anni. La produzione è di circa 90000 barili al giorno. La Val d’Agri possiede due giacimenti. Il petrolio estratto è di bassa qualità (è ricco di zolfo). Si arriva a circa 5000/6000 metri di profondità per estrarlo. Tutta l’idrostruttura del sottosuolo è a rischio inquinamento. Vi è l’intenzione di espandere a tutta la Basilicata il territorio di estrazione. Le maggiori compagnie presenti nella valle sono l’ENI, la Shell, la Total. I vantaggi non esistono tranne che per poche persone, i danni sono evidenti e per tutti. Gli occupati in questo settore nella regione sone 291. Il numero degli occupati di tutto il Sud è di 1500, ma tra questi sono calcolati anche i lavoratori a tempo determinato, quindi questo numero è molto pompato. É avvenuta una svalutazione dei terreni agricoli. Le zone industriali di alcuni paesi, sono state man mano comprate dalle compagnie petrolifere, al punto che oggi non c’è spazio fisico per le altre fabbriche. Non sono state fatte analisi costi benefici per decidere se era davvero il caso di iniziare un’attività estrattiva in Basilicata. Ogni volta che accade un fatto negativo le compagnie tendono a sminuirlo. Le varie società hanno utilizzato le loro enormi risorse per comprare tutto e tutti. Tanto per fare un esempio: l’università della Basilicata riceve 10 milioni di euro all’anno provenienti dalle royalties. Ecco spiegato perchè è difficile trovare scienziati contrari al petrolio. Il potere scientifico è corresponsabile della situazione attuale nella regione. Molti geologi di fama nazionale hanno dato l’ok alle procedure di estrazione. Sono state fornite molte analisi che non riscontrano nulla di sbagliato e di inquinante in queste attività. Secondo alcuni studi tutte queste attività inducono una microsismicità, anche se altri studi sostengono il contrario. Le controanalisi degli attivisti sono state pubblicate su riviste scientifiche, caricate su youtube e raccontate anche dalla trasmissione Report di Rai3.

L’inquinamento è prodotto dalle attività estrattiva, di trasporto e di raffinazione, oltre che dai vari incidenti avvenuti negli anni.

Nel corso della giornata abbiamo visto il centro oli di Viggiano, la diga del Pertusillo, i pozzi Alli 1-3 e la trivella esplorativa Alli 2.

Il processo produttivo

Il petrolio viene prodotto attraverso le seguenti fasi:

– ottenimento delle autorizzazioni necessarie;

– sismica delle zone target;

– trivellazione esplorativa;

– prova di produzione del petrolio eventualmente trovato;

– estrazione vera e propria;

– trasporto del pertrolio dai pozzi al centro oliattraverso gli oleodotti sotterranei;

– prima raffinazione del petrolio;

– trasporto del petrolio semiraffinato alla raffineria di Taranto attraverso un altro oleodotto.

Prima dell’installazione della trivella esplorativa su un terreno, se ne verifica la sismicità facendo brillare delle cariche esplosive a distanza di chilometri una dall’altra. Tale processo è molto invasivo. Le trivellazioni sono appaltate a imprese specializzate.

Una volta verificata la presenza di petrolio iniziano le prove di produzione. Questa procedura è la più pericolosa, perchè è maggiore il rischio di fuoriuscita di sostanze nocive sia nell’aria che nel terreno e c’è anche il rischio di esplosione e di incendio. Finchè non inizia l’estrazione vera e propria del petrolio le compagnie non pagano tasse. Quindi il guadagno ottenuto con il petrolio estratto durante la fase di prova di produzione, è tutto “a nero!”.

Il petrolio estratto è trasportato, attraverso la rete di oleodotti sotterranea, al centro oli di Viggiano, dove inizia il processo di raffinazione. In questa fase si elimina parte dello zolfo di cui è ricco. Successivamente, attraverso un altro oleodotto raggiunge la raffineria di Taranto. Con la raffinazione iniziale si ottiene oltre al petrolio anche gas metano che viene immesso nella rete e gas sporco che viene bruciato. Tale combustione aumenta i livelli di inquinamento dell’aria. Infine, l’acqua utilizzata nei processi di estrazione e raffinazione è poi immessa nuovamente nei pozzi. Una procedura di sicurezza prevede che i gas siano bruciati in caso di blocco degli impianti. Tale procedura è molto inquinante. La rete di oleodotti sotterranea che collega i vari pozzi al centro oli è localizzabile soltando grazie a dei tubi verdi, probabili valvole di sicurezza, che ogni tanto escono dal terreno. Lo zolfo, di cui il petrolio lucano è ricco, è altamente corrosivo, quindi, con il passare degli anni, corroderà gli oleodotti fino al punto che inizieranno a perdere petrolio e lo riverseranno nei terreni in cui passano. In molti casi  è già successo. Riguardo a queste perdite, nei contratti  stipulati con i proprietari delle terre non è menzionata nessun tipo di responsabilità per le compagnie. La rete di oleodotti ha una servitù di 18 m (9 m per lato) – significa che non è possibile edificare in quello spazio di terreno.

Lago del Pertusillo

 Lo sfruttamento petrolifero inquina anche le riserve idriche. A distanza di qualche chilometro dal centro oli si trova la diga del Pertusillo (foto 1). Il lago artificiale ha una portata di 150 milioni di metri cubi.

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La sua acqua è utilizzata per l’irrigazione dei campi, per produrre energia attraverso una centrale idroelettrica e, una volta “potabilizzata”, per uso domestico. I pesci sono quasi tutti morti. Dalle analisi fatte, sono stati riscontrati elevati quantitativi di idrocarburi nei sedimenti: Bario 559 mg/kg rilevati (60 mg/kg è il limite consentito),  156 mg/l rilevati (10 mg/l è il limite consentito). È difficile dimostrare l’esistenza di nessi causali  tra l’attività petrolifera e l’inquinamento. Tuttavia, la sponda del lago più vicina alle zone di estrazione e di raffinazione possiede i sedimenti con la maggiore presenza di idrocarburi. Ciò a dimostrazione dell’elevata probabilità, quasi un ovvietà, di correlazione tra le attività petrolifere e l’inquinamento del lago. Sono state fornite varie spiegazioni sull’inquinamento delle acque della diga, ma nessuna dava responsabilità anche alle attività petrolifere. Il potabilizzatore, da cui passa l’acqua che successivamente serve le case lucane e pugliesi, non elimina gli idrocarburi. Le acque arrivate in Puglia contenevano tali sostanze..

Pozzi e trivelle

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Dalla piattaforma dei pozzi Alli 1 – 3 del comune di Viggiano, si vede anche la trivella esplorativa Alli 2 distante qualche chilometro. Nei pozzi vengono spruzzati. oltre all’acqua anche degli acidi per facilitare il processo estrattivo. Tutte queste sostanze, nel sottosuolo, passano anche dalle falde acquifere. L’attività petrolifera produce H2S idrogeno solforato che è un gas altamente nocivo ed è anche idrosolubile, quindi finisce nell’impianto idrico.  Dinanzi ai pozzi, salta subito agli occhi il cartello che avverte del pericolo di presenza nell’aria di idrogeno solforato che, in dettaglio riporta:

IDROGENO SOLFORATO. PERICOLO. Velenoso, infiammabile ed esplosivo. È più pesante dell’aria. NON RESPIRARE IL GAS. Non fidarsi dell’odorato per accertare la presenza del gas. Nel caso di sospetta presenza di gas indossare la maschera e dare l’allarme. ATTENZIONE. L’idrogeno solforato paralizza il senso dell’odorato. PRONTO SOCCORSO. Portare l’infortunato all’aria pura. Se l’infortunato non respira o respira faticosamente, applicare immediatamente la respirazione artificiale. Tenere l’infortunato al caldo. MEZZI PROTETTIVI SPECIFICI. Maschere antigas autoprotettori” .

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Il cartello a fianco, invece, riporta il divieto di accesso alle persone non autorizzate, divieto di circolazione per gli automezzi sprovvisti di rompifiamma al tubo di scarico, divieto di fumare e di usare fiamme libere; in più, avverte del pericolo di gas infiammabili e del pericolo di intossicazione, oltre a suggerire l’uso di maschere in caso di fughe di gas o di incendio. Questi sono i comuni pericoli con cui dover convivere giornalmente nei pressi dei pozzi. È importante notare che sono situati a poche centinaia di metri dai centri abitati.

Una volta finita la fase esplorativa, la trivella viene smantellata e rimane solo una piazzola di cemento. Essendo sia Alli 1 sia Alli 3 funzionanti, in direzione della piattaforma non è possibile vedere altro che un recinto perimetrale e all’interno, al centro, alcuni macchinari alti pochi metri che probabilmente sono parte della struttura del pozzo. La piattaforma priva di trivella ha sicuramente un impatto visivo minore. La loro struttura è quasi interamente sotterranea. I piani ingegneristici non sono pubblici. Essi sono comunicati dal ministero solo nel caso in cui i pozzi vengono definitivamente chiusi. Solo ed esclusivamente al verificarsi di questa ipotesi è possibile conoscerne il reale percorso sotterraneo. I pozzi sono dotati di una maglia protettiva isolante, ma si hanno forti dubbi che tale protezione arrivi fino in fondo dato che si parla di pozzi orizzontali, qundi con un percorso non lineare, e che arrivano anche a 6 km di profondità. Ovviamente tutto ciò non è verificabile. I tecnici delle compagnie dichiarano che i pozzi sono a tenuta stagna, ma spesso ci sono stati casi di perdite. Con l’espressione: “il pozzo beve” si intende che i fanghi immessi si disperdono nel sottosuolo. Può succedere anche che parti della trivella si disperdano nel terreno, diventando così, ovviamente non più recuperabili.

Il work over è il processo con cui le compagnie creano altri pozzi su quelli già esistenti senza chiedere autorizzazioni. Tali compagnie sostengono che,  essendo le autorizzazioni solo per la superficie e che i pozzi partono dallo stesso buco, non vi sia la necessità di chiedere altri permessi. In realtà nel sottosuolo ogni pozzo segue un percorso separato che può anche raggiungere punti distanti chilometri uno dall’altro. Con il work over si arriva anche a 4 pozzi su un solo buco. I pozzi Alli 1-3 sono stati realizzati mediante questa tecnica.Vicino alla trivella esplorativa Alli 2 (foto 4) è situata una collinetta che in realtà è una discarica coperta. La trivella è alta almeno 50 metri ed emette ininterrottamente un forte rumore. Per cercare di limitare l’impatto visivo, la base della trivella (almeno 20 m di altezza) è stata avvolta da un telo verde. Di sera tutta la struttura è contornata da faretti che la rendono visibile a chilometri di distanza.

Una sostanza usata per migliorare il cammino delle trivelle è l’azoto liquido, anch’esso altamente tossico. Anche durante il trasporto di tali sostanze sono avvenuti incidenti. Una volta un camion trasportante azoto si è ribaltato disperdendo sul terreno tutto il suo contenuto, ma per fortuna non ci sono stati feriti.

Notizie emerse dalla discussione fatta nel pomeriggio con gli attivisti

 Le parole usate dalle compagnie e dai politici sono sviluppo ecosostenibile e propulsivo, ma di sviluppo non c’è traccia. per sminuire la portata degli effetti negativi del sistema petrolifero sono stati sostituiti alcuni termini con altri  meno significativi, ad esempio non si parla di incidenti ma di eventi. Di “eventi” ne sono stati registrati tanti in quasi venti anni. Nel 2001 un blocco del centro oli ha prodotto in tre giorni l’equivalente di un anno e mezzo di emissioni. In dieci anni sono stati fotografati vari punti in cui, dagli oleodotti, era fuoriuscito del petrolio che si era riversato sul terreno in piccoli stagni poi bonificati. Nascondendosi dietro il segreto industriale, le compagnie non rivelano ciò che succede al loro interno, non menzionano i vari “eventi” accaduti, salvo sminuire quelli più rilevanti che sono stati dimostrati dagli attivisti. Nel 2011 circa 15 operai rimasero intossicati. Avevano alti quantitativi di sostanze tossiche nel sangue.

Con il petrolio, pochi si sono arricchiti, mentre la stragrande maggioranza della popolazione è costretta a convivere con l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del terreno. Il modello lucano è diabolico, non esportabile ed è una base per delle denunce. Alliegro? “Il petrolio si serve del sottosviluppo che contribuisce a creare”. L’impatto andropico è basso e quindi non si ha forza per fermare tutto questo. In più le zone in cui si trivella sono zone marginali e sottosviluppate, quindi è facile influenzare e condizionare le scelte della popolazione. Vi sono problemi di coesione nella contestazione che devono essere eliminati. Nel Vallo di Diano si è ottenuta una sospensione dell’iter. Le compagnie hanno fatto ricorso al Tar e hanno vinto. La regione si è lavata le mani.

Royalties e politica

 Le royalties sono la forma di compensazione destinata alla popolazione. Esse sono pagamenti, quota parte dei profitti realizzati grazie alle estrazioni, versati dalle compagnie allo Stato e in parte girati a regione e comuni. Il problema è che i citttadini non hanno beneficiato di questi soldi. Non è avvenuta una ripartizione equa dei pagamenti. Le royalties sono state usate per premiare gli enti consenzienti. Un comune, Viggiano?, che solitamente presenta un bilancio di circa 6 milioni di euro,  ha ricevuto dal ministero, 18 milioni di euro provenienti dalle royalties pagate dalle compagnie. È significativo che le amministrazioni dei paesi in cui si estrae il petrolio non abbiano mai perso le elezioni. Aree su cui prima non era possibile edificare, una volta individuate dalle compagnie petrolifere come di rilievo per possibili trivellazioni, sono state classificate come edificabili. Ciò dimostra il servilismo politico rispetto a alla lobby del petrolio. Con il passare del tempo, a causa del metodo di assegnazione delle royalties, premiante solo chi concede il terreno, si crea una guerra tra i comuni per far nascere pozzi anche nei loro confini per il solo motivo di percepire anch’essi le royalties.  Un comune vicino a Viggiano nel 1993 non ha autorizzato le trivellazioni. Ad oggi non ha ricevuto le royalties, ma ha subìto comunque tutte le conseguenze negative prodotte dall’estrazione e dalla raffinazione del petrolio, tanto che è iniziata. Il prelievo fiscale sul petrolio supera il 60% di cui il 10% va alla regione. Si capisce, allora, quanto sia appetibile per la politica la produzione di petrolio. Sia le istituzioni nazionali, sia quelle  europee incentivano le attività petrolifere. I finanziamenti dati alle compagnie arrivano anche dalla BEI (Banca d’investimento europea). Il memorandum e il new memorandum tra regione e Eni sono stati approvati da tutti e prevedono l’aumento dell’attività estrattiva. La strategia energetica nazionale S.E.N. prevede, addiritura, il raddoppio delle estrazioni. È previsto anche lo stoccaggio dell’anidride carbonica nei pozzi vuoti.

Conseguenze sulla salute

 I dati sulla salute nella regione sono assai preoccupanti. Green peace e WWF da più di ventanni sostengono che la qualità della vita peggiorerà sempre di più con la continuazione delle attività di trivellazione, estrazione e raffinazione del petrolio. Iac? ha emesso una sentenza che riconosce una correlazione tra tumori e inquinamento da idrocarburi.

I pozzi dovrebbero essere a 300/400 km di distanza per non rendere l’aria insalubre, invece non distano che poche centinaia di metri dai centri abitati. Il tasso di mortalità medio in Basilicata è 4 volte maggiore rispetto a  quello di Taranto. È da osservare che la distribuzione del tasso non è omogenea in tutta la regione, da questo si capisce che in queste zone è ancora più elevato. Normalmente le leucemie colpiscono 1/30000 persone, in tre comuni della zona, con una popolazione totale di 5000 abitanti circa, i casi sono stati 8. Si è registrato il 40% in più di malattie cardiorespiratorie.  A Pisticci c’è un altro centro oli. Ci sono stati dieci morti su 500 abitanti. Il monitoraggio sulla salute è stato fatto dall’università di Firenze con quella di Oxford.

Impatto sull’economia

 Il 70% delle imprese agricole della zona sono chiuse. Nei comuni che percepiscono royalties  continuano ad operare, ma è stato stimato che potrebbero chiudere tutte nel giro di 1 -2 anni. Il motivo per cui queste aziende  non hanno ancora chiuso è che esse hanno beneficiato di finanziamenti con vincolo di non alienazione dei beni per almeno dieci anni, ormai quasi tutti scaduti. Gli attivisti non hanno fatto studi sull’inquinamento dei prodotti per mancanza di fondi. I prodotti della Valle dell’Agri sono miele, fagioli, ortaggi e vino. Essi arrivano anche sulle nostre tavole. Ciò dovrebbe far riflettere ulteriormente.

Sicurezza e monitoraggio

 Altro aspetto preoccupante riguarda le questioni della sicurezza e del monitoraggio degli impianti. La direttiva Seveso ha lo scopo di tutelare la popolazione in caso di presenza di attività produttive pericolose che possono causare incidenti di grossa portata. Il sistema petrolifero è sottoposto a tale direttiva. Una conseguenza dell’applicazione della Seveso è il ridimensionamento  delle aree edificabili intorno agli stabilimenti. Ovviamente, di ciò che già esiste (case, asili, scuole) non si tiene minimamente conto. Essa presume la presenza di sostanze esplosive o incendiabili. I piani di emergenza previsti dalla Seveso non sono mai stati simulati nella realtà e non sono nemmeno mai stati aggiornati (la prefettura è l’ente incaricato a farlo). In tali piani sono addirittura menzionati addetti alla sicurezza ormai defunti. La rete di monitoraggio il cui inizio delle attività era previsto per il 1999 è stata attivata solo nel 2012. Quindi per tredici anni i controlli non sono esistiti.  Il sistema della produzione di petrolio è parassitario. Una relazione del WWF curata dalla Dott.ssa D’Ottavio dimostra l’incongruenza e la falsità dei dati Eni e ARPAB (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente). I comunicati dell’ente erano falsati. Purtroppo, a livello nazionale, non esiste una legge che fissa i valori limite per alcune categorie di sostanze inquinanti. La Sicilia ha emanato una legge regionale che fissa i limiti consentiti di tali sostanze. Confrontando i dati della Basilicata con i livelli definiti di preallarme e critici della Sicilia. si riscontra che le emissioni lucane li superano di 6 – 7 volte. Eni e Arpab hanno comunicato picchi di    So2 Nox che sono tutte sostanze tossiche. Le giustificazioni date dalle compagnie menzionano piccoli malfunzionamenti negli impianti. I loro portavoce, oltretutto, ricordano continuamente che non hanno infranto alcuna legge, poiché non esiste legge che affronti questo problema. I dati forniti presentano  enormi incongruenze e addirittura “errori” come la datazione di alcune analisi al 31 settembre. Tra la documentazione fornita sull’impatto ambientale mancano sistematicamente i dati relativi ai giorni in cui si sono verificati incidenti.

Conclusioni

 Quella di domenica è stata una giornata molto intensa, decisamente emozionante e ricca di informazioni utili, riassumibili in: disoccupazione, aumento delle malattie, povertà, inquinamento, emigrazione, illegalità, tentativi delle compagnie di distrorcere quelle poche informazioni fornite e di nascondere i vari incidenti avvenuti, percezione di un forte sentimento di rassegnazione e di impotenza della popolazione, servilismo della politica, assenza dei controlli e del monitoraggio.

L’unico vantaggio reale e diretto percepito dalla popolazione è la bonus card che consente di risparmiare 100 euro all’anno di carburante per tutti i patentati.

È questo che auspichiamo per le nostre terre?

È questo il futuro che ci aspetta?

A tutto ciò non si può che dire di no!

 

NO AL PETROLIO!