Le ricadute del bicameralismo non paritario sulla formazione della legge penale

 

Amilcare D’Andrea

Il diritto penale in uno Stato sociale di diritto deve assicurare una forte garanzia della libertà dei cittadini tramite una attenta legittimazione politica delle scelte punitive dello Stato. Partendo da questa premessa fondamentale, la riflessione che segue tende a sintetizzare nella maniera più semplice possibile le conseguenze di un’apertura verso una produzione (potenzialmente) “impari a due camere” di una materia costituzionalmente caratterizzata dalla riserva assoluta di legge, materia che differenzia nella maniera più tangibile uno Stato autoritario da uno Stato democratico. Le ripercussioni incidono automaticamente sulla ratio propriamente democratica della formazione della legge penale.

Il nostro diritto penale, qualificato dai principi della sussidiarietà, frammentarietà e proporzionalità, si auto-giustifica in sede parlamentare, dove risiede la sua più spiccata capacità di attuare il programma di politica criminale.

Questa riflessione è fortemente rafforzata dai paradigmi costituzionali e politico-filosofici, che da Kelsen e Habermas in poi hanno portato sempre a rafforzare, e mai ad indebolire, il sistema legislativo che esalta il metodo della discussione pubblica espressione delle minoranze capace di equilibrare esigenze centrali ed esigenze decentrate, in quanto:

1) Riesce ad evitare ritorsioni e alleanze date dalla necessità di contrastare una maggioranza “premiata”;
2) Mantiene, quale ambiente capace di favorire il confronto tra punti di vista antagonisti, un Parlamento eletto interamente e democraticamente dai cittadini con seggi proporzionalmente divisi, composto da una camera espressione della “volontà generale del popolo indifferenziata e centralizzata” e da una seconda camera di “volontà del popolo decentrata” eletta a base regionale finalizzata alla seconda lettura conforme, affinché non si rinunci ad un momento di riflessione e ricomposizione di eventuali diatribe, soprattutto nelle scelte inerenti l’ambito della punibilità e rilevanza penale, nonché delle ricadute sui diritti umani e sull’aspetto repressivo di uno Stato, necessariamente caratterizzate dalla ragionevolezza e dall’equilibrio politico-criminale delle soluzioni di tutela tra “an”, “quomodo”, e “quantum” di coercizione.

L’istituzione parlamentare bicamerale paritaria, per la materia penale, rappresenta concettualmente il luogo che asseconda le virtuosità di una camera dialogico/discorsiva, e di una camera orientata all’intesa della dialettica politica, definendo epistemologicamente le premesse a cui si giunge tra i suggerimenti delle forze di maggioranza col concorso delle forze di minoranza e la riflessione locale. In questo modo è possibile rafforzare un contesto comunicativo filosofico per attenuare le ritorsioni retorico/autoritarie dello schema democratico che comunque non può prescindere dalla maggioranza.
Al contrario, tramite un indebolimento del Parlamento espressione delle minoranze e l’eliminazione della dialettica tra “proposta del popolo” (deputati) e “ricomposizione epistemologica delle premesse” (senatori), permette alla maggioranza di diventare autoritaria.

La “logica della maggioranza” contiene nella stessa espressione letterale (come ricordano Fiandaca e Palazzo), una degenerazione a cui tende che il costituzionalismo e il parlamentarismo monocamerale proporzionale o bicamerale perfetto cercano di controllare: “la tirannia delle sue pretese”. I Padri Costituenti, reduci del fascismo, per evitare possibili dittature della maggioranza hanno scelto il bicameralismo perfetto. Questa riforma non propone il monocameralismo proporzionale.

Pertanto, valutando l’impatto sul diritto penale della riforma, si conferma l’apertura ad un autoritarismo in quanto non previsti neanche i controlli di una reale riforma presidenzialista, ma una modifica del parlamentarismo verso un ibrido senza garanzie, permeabile alle influenze sia dal basso, dalla pancia e dal forcone repressivo del popolo, sia dall’alto degli interessi della speculazione tesa a ridurre lo spazio di punibilità dei reati finanziari e dei “white collar crimes”. Un potenziale distruttivo di ogni diritto penale di formazione democratica di uno Stato sociale di diritto.

Con le attuali riforme turbo-maggioritarie, e gli spazi già aperti dalla bassa dialettica alimentata da allarmismi demagogico-populisti, si è riuscito a spostare l’attenzione dai reali problemi della nostra democrazia verso questioni costituzionali, con analisi faziose che subdolamente però sono ben attente ad escludere proprio i temi alla base delle questioni costituzionali stesse: la filosofia del diritto e il costituzionalismo.

Nella “semplificazione” della dialettica legislativa vi è sempre un rafforzamento dell’esecutivo che si converte, soprattutto nella legislazione penale, in decretazione di urgenza e normazione delegata. In particolare, con la riforma si riduce apparentemente lo spazio dei decreti legge, ma si introduce al contempo una nuova forza illimitata governativa: una “via preferenziale” che consente al governo di accelerare l’iter di approvazione di leggi, ex “nuovo” comma 6 art. 77 Cost.

Il tema è molto complesso, ma si possono mettere in risalto i passaggi fondamentali della “legislazione d’urgenza” che a prima vista vengono investiti, o meglio,“oliati” dalla riforma: il problema della fiducia per la conversione dei decreti-legge e le successive proposte di modifica o di creazione di nuova legge sul “canale preferenziale” per “rispettare il programma di Governo”.

Con la modifica dell’art. 70 e dell’art. 77 Cost. la ferita alla democrazia penale e al nullum crimen è evidente.

Passare poi da un Senato “eletto a base regionale” ad un Senato “’scelto’ tra sindaci e consiglieri regionali proposti dalle segreterie di partito”, tralasciando i gravi problemi come la conseguenza “soggettiva” delle immunità, i problemi di rappresentanza popolare, il problema del conflitto di interessi e di presenza fisica tra consigliere, sindaco e senatore, tra consiglio regionale, comune e Senato, sempre nell’ottica dell’analisi penalista, comporterebbe un’altra pericolosa conseguenza.
Nel caso di questo Senato, che ricorra ex (nuovo) comma 3 dell’art. 70 Cost. (potere di proposta) in materia penale, vi è la sicura evenienza di promuovere correzioni di un testo di legge oltre ogni ratio politico-criminale ispirata alle ragioni del garantismo e delle istanze integratrici della prevenzione penale, ma, al contrario, espressione di rivendicazioni identitarie figlie di logiche (e, spesso, interessi) localistiche che nell’attuale periodo storico prendono forma, a differenza della normale considerazione della riflessione locale che l’attuale Senato eletto a base regionale può dare.

Per non parlare, infine, di un’Europa come “spazio dei diritti e non dei mercati”, che si cerca continuamente di rafforzare anzi, di costruire. Nel “timido” tentativo di Lisbona, con il titolo V del TFUE (spazio di libertà , sicurezza e giustizia), si è leggermente rafforzata la cooperazione in materia penale. Ora bisogna tendere ad unirsi insieme agli altri Stati ad una lotta alla criminalità bianca e alla garanzia dei diritti dell’accusato.

Ma il primo comma del (nuovo) art. 70, stabilisce il bicameralismo paritario con questo nuovo Senato “totalmente scelto e locale” anche per la “legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”.
Il combinato disposto tra l’art. 83 par. 1 e par. 2, TFUE e i nuovi artt. 57 Cost. Comma I, e 70 Cost. Comma I, riconoscendo al Parlamento e al Consiglio le forme della competenza “autonoma” e “accessoria”,permette nella fase di concretizzazione nazionale della disciplina europea, per una definizione minima di reati e pene, che si realizzi lo stesso problema della spinta chiusa e localista affrontato sulla legislazione nazionale, oltre che un evidente rallentamento nella creazione di un sentimento europeo.

A livello politico, non faremo altro che passi in direzione contraria alla creazione di un’Europa dei diritti dell’accusato e della prevenzione di reati di rilevanza sempre più transnazionale, rafforzando il potere dell’Europa dei mercati e delle speculazioni proprio limitando il Parlamento e aumentando il potere esecutivo-legislativo del governo (rinvio a questa mia riflessione sul tema http://www.attackirpinia.it/indebite-influenze-jp-morgan-e…/). Basti pensare ai reati bancari e finanziari che, insieme ai reati di corruzione, per la portata mondiale degli investimenti e per la privatizzazione del settore pubblico, assumono sempre più rilevanza transnazionale, necessariamente da regolare con una forte cooperazione e internazionalizzazione dei diritti.

In ultimo, ma non ultimo, questa Corte Costituzionale avrà due giudici su quindici scelti esclusivamente da questo nuovo Senato, con scontate ma pericolose conseguenze sulle pronunce di legittimità costituzionale delle leggi, intaccando il valore metapolitico della Corte stessa e di quel “un terzo dei giudici eletto dal Parlamento (eletto interamente e democraticamente dai cittadini) in seduta comune”, la cui ratio è far contribuire in maniera indiretta la volontà popolare sulla tutela dei diritti umani e civili nel rispetto della Costituzione.

Il NO è anche un NO a difesa della democrazia penale necessariamente bisognosa di essere protetta da strumentalizzazioni, in quanto sorgente di provvedimenti incisivi sulla libertà del cittadino.

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