Indebite influenze. JP Morgan e la Costituzione Italiana

Amilcare D’Andrea

“Finanza creativa”. Con questo termine si intendevano una serie di progetti di altissima e rischiosissima speculazione finanziaria responsabili della crisi dei subprime, che raggiunse il suo apice nel 2008.

Nel 2012 scattò la formale denuncia da parte del governo federale americano contro un colosso della finanza mondiale, accusato di essere il maggiore responsabile della crisi, in particolare per l’acquisto della banca d’investimento Bear Sterns: la J.P. Morgan Chase.

La risposta all’accusa mossa fu una strategia di difesa incentrata soprattutto sulla giustificazione degli investimenti. Dalle menti dell’istituto nacque il “The Euro area adjustment: about halfway there“. Tra i vari comunicati, nacque quindi anche un documento non economico, ma assolutamente politico e totalmente capitalista nato da una società finanziaria e finalizzato sia a giustificare i cattivi andamenti degli investimenti, sia a recuperare in futuro ciò che in borsa era andato perduto, tramite una serrata critica “demolitiva” di molte democrazie europee.

Per accrescere il grande capitale finanziario che può nascere dagli stati dell’Eurozona, minacciati dalla crisi del debito, una società finanziaria responsabile di una delle crisi più grandi dei nostri tempi dettava direttive politico-economiche finalizzate a servire gli investimenti, oltre che a scaricare la colpa sulle democrazie europee.

Le direttive consigliavano di liberarci al più presto delle nostre costituzioni antifasciste. Secondo la J.P. Morgan, testualmente, i problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che:

“I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

“Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione [finanziaria] dell’area europea.”

“I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori;(…) diritto di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto ESECUTIVI limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Cfr.:
http://www.europe-solidarity.eu/documents/ES1_euro-area-adjustment.pdf
(in particolare, pagg. 12-13)

Il gossip delle cene tra il premier e i consulenti della J.P. Morgan, dal 2013 ad oggi, in questa sede non interessa. Che la riforma costituzionale sia stata “dettata dalla J.P. Morgan” non è un fatto. L’analisi politica ed economica non deve coincidere con la deriva del populismo. E non deve prestarsi a congetture, ma a fatti. Deve sviluppare una coscienza critica obiettiva.

Il “fatto” è: la riforma costituzionale e molto della politica della scuola e del lavoro dell’attuale governo riprende esattamente questa linea politico-finanziaria figlia del nuovo capitalismo, in perfetta linea con il sistema di banche e di investimenti e destinata a falciare i diritti conquistati dalle Costituzioni antifasciste.

Il fatto è: la riforma costituzionale e la linea politico-finanziaria della J.P. Morgan coincidono perfettamente.

Il nuovo capitalismo tecno-finanziario è nelle riforme di questo governo: a) uno Stato che segue la stessa linea dell’alta finanza; b) la democrazia che sposta l’ago della bilancia dal Parlamento al Governo con riduzione delle possibilità di istanze portatrici di interessi degli elettori; c) l’informazione telematica e virtuale confusionaria della rete, che pretende di essere la nuova cultura, alimentata impoverendo Scuola, i suoi insegnanti e costringendo le Università a “produrre” come aziende, finanziando e parificando contemporaneamente l’istruzione privata, permettendole di concorrere in termini di tempo, prezzo e riconoscimento formale della società e dello Stato; d) infine, naturalmente, il cavallo di battaglia che agisce in questo contesto con i nuovi mezzi della libertà tendenzialmente illimitata del “contratto”: lo sfruttamento delle menti e dei corpi di ogni lavoratore o aspirante tale, sia dentro ma soprattutto fuori dalle dinamiche del clientelismo, nel tentativo continuo della nostra trasformazione in spettatori e consumatori passivi, mendicanti lavoro come fosse carità.

Laddove più è ampio il potere del Parlamento, forse sarà più complicato partorire una legge, a volte anche al caro prezzo dell’immobilismo, ma sicuramente è molto più difficile ridimensionare lo stato sociale e i diritti conquistati e non concessi (dal capitale o dal sovrano di turno). Un orientamento di segno opposto, come un esecutivo forte, come vuole la riforma costituzionale, non è assolutamente tacciabile come “moderno”, ma mira, se inserito in una linea esecutiva filo-capitalista, a redistribuire il reddito favorendo, come in passato, il profitto e le rendite ma con la “modernità” e “velocità” degli intermediari finanziari. In quest’ottica, al contrario, vi è la retrocessione culturale e sociale anche delle basi concettuali del Welfare moderato e liberale: ogni diritto non è più innato, ma diventa una concessione del sovrano o del capitale, se e solo se rientra in determinati interessi economici, e come tale può essere confiscato, a prescindere dalla necessarietà, ad esempio, di un sistema sanitario nazionale che garantisca a tutti il diritto alla salute, di un sistema pensionistico dignitoso, e via discorrendo.

Il capitalismo vive alimentato dal “cambiamento”, in quanto è dotato di una capacità metamorfica abnorme: la “rivoluzione continua” delle proprie dinamiche produttive fondate sul mercato che concede subdolamente diritti laddove si sono garantiti altri spazi di potere, sottomissione e dominio incontrollato.

Non possiamo più accettare che sia il mercato a partorire, “quando”, “come” e soprattutto “se” capita, i diritti.

Non possiamo permettere al capitale di dettare le Costituzioni, i primi ed ultimi codici della Democrazia e della Cultura.

Il NO alla riforma costituzionale è soprattutto un NO al nuovo capitalismo, ormai in netta collisione con i seppur minimi elementi socialisti delle Costituzioni antifasciste che cercano ancora oggi di garantire un minimo di uguaglianza e dignità nelle tante forme di libertà.

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